“Il PD rifletta sui limiti del governo dell’Ulivo”

Articolo di Matteo Orfini, L’Unità, 16 settembre 2012

L’intervento con cui Livia Turco ha elencato molte buone ragioni per negare la subalternità al liberismo dei governi di centrosinistra aiuta a fare un passo avanti nella nostra discussione. Livia Turco rivendica la bontà di quelle stagioni di governo e spiega le ragioni delle sconfitte che seguirono con la categoria del riformismo senza popolo. Non c’è dubbio che la mancanza di un soggetto politico che desse forza a quei governi fu parte del problema.

Ma a un quindicennio di distanza possiamo forse guardare con maggior serenità alla qualità del riformismo che quei governi espressero, curiosamente mai messa in discussione. L’incapacità – prima culturale che politica – di reagire all’offensiva della destra economica europea rese largamente condivisa l’idea che Stato minimo, svuotamento del ruolo delle assemblee elettive e riduzione della funzione della politica fossero le precondizioni di una modernizzazione competitiva del Paese. Furono davvero quei governi immuni da questa visione? A me pare di no. Basti pensare ad alcune scelte strategiche che li caratterizzarono. Il principale risultato di quei governi fu il raggiungimento dell’euro, ma esso ne fu anche il maggior limite: l’Europa è ancora oggi poco più che una moneta, nonostante nel momento del processo di unificazione essa fosse governata quasi esclusivamente da forze di centrosinistra.

Oggi ci scopriamo inermi di fronte alla crisi, privi di quegli strumenti necessari ad arginare lo strapotere della finanza e invochiamo la necessità di «più Europa». Ma lo strapotere della finanza e i limiti nell’integrazione furono il frutto di scelte politiche, che noi subimmo, accettando l’idea che per ridurre gli squilibri interni all’area euro sarebbe stato sufficiente il dispiegarsi del mercato unico.

Gli effetti di quella visione sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ma c’è di più: il filo rosso che legò le scelte dei governi dell’Ulivo fu la tesi, mutuata dal manifesto della Terza Via, della centralità dell’impresa. Un impianto in evidente discontinuità con quello costituzionale, che pur garantendo la libertà d’impresa la subordina all’interesse generale. La Repubblica è fondata sul lavoro, non sull’impresa. Quella visione portò con sè un bouquet di politiche, dalle privatizzazioni all’arretramento dello Stato, dalla flessibilità alle riforme del settore del sapere che oggi mostrano i propri limiti. Erano tutte scelte sbagliate? No. Ma come non vedere i guasti prodotti? Chi oggi ha 35 anni, veniva allora da noi non da Berlusconi invitato a non preoccuparsi per il proprio futuro, confidando nel mercato e nelle magnifiche sorti che la globalizzazione avrebbe dischiuso per tutti e per ciascuno: «Studiate – si diceva – e sarete insider della globalizzazione. Grazie al vostro elevato capitale umano non avrete bisogno di sindacati, perché contratterete da soli i vostri diritti con le imprese, che faranno a gara per assumervi».

Una profezia negata dalla realtà di oggi, fatta di precarizzazione non solo della condizione lavorativa, ma del destino di milioni di persone. Flessibilizzare un mercato del lavoro troppo rigido era indispensabile, ma occorreva contestualmente adeguare il Welfare per consentire a quei lavoratori flessibili di avere un affitto che non assorbisse interamente il loro salario o di essere sostenuti nei periodi di non lavoro. E occorreva aiutare il sistema di piccole e medie imprese del nostro Paese ad avere bisogno di quei lavoratori flessibili, ma di qualità. Quindi politiche industriali, attivazione della domanda di innovazione, incentivi al superamento del nanismo industriale, alla internazionalizzazione.

Nulla di tutto ciò, o almeno troppo poco, è stato fatto e la ragione di questo ritardo sta in quella dannata convinzione che alla politica spettasse solo liberare le energie del mercato, il resto sarebbe venuto da sé. Se oggi vogliamo provare a riconquistare la fiducia di quella parte del Paese a cui – anche noi – abbiamo contribuito a rendere impossibile la vita, non possiamo non affrontare questa dolorosa discussione. Ma in quale Paese del mondo i leader progressisti, di fronte al dramma della crisi, risponderebbero rivendicando l’avanzo primario raggiunto durante le proprie esperienze di governo? Ma di cosa stiamo parlando?

Possiamo noi oggi rivolgerci a quel precario dicendo «Abbiamo capito: abbiamo sbagliato. Ora torna ad occuparsi di te la stessa classe dirigente di quindici anni fa o un giovane che vuol fare esattamente le stesse cose di allora, ma raccontandole con accento fiorentino»?

Io credo di no e che affrontare questa discussione seriamente sia un modo utile per dare un senso politico anche al tema del rinnovamento. E di attrezzare un credibile progetto di cambiamento del Paese. Porci all’altezza della sfida di ricostruire la nostra democrazia, come ci chiede Alfredo Reichlin, non è certo facile. Ma farlo senza indagare le cause per cui oggi essa appare così fragile, senza cogliere il nesso tra esclusione di milioni di persone dai processi produttivi e dunque dalla cittadinanza e inaridimento della sua base di legittimazione non ci porterebbe da nessuno parte. E quelle cause, purtroppo, affondano le radici anche nella nostra storia.

Un commento

  1. BRUNELIO says:

    considerazioni sulla centralità dell’impresa. Un impianto in evidente discontinuità con quello costituzionale, che pur garantendo la libertà d’impresa la subordina all’interesse generale. La Repubblica è fondata sul lavoro, non sull’impresa. Quella visione portò con sè un bouquet di politiche, dalle privatizzazioni all’arretramento dello Stato, dalla flessibilità alle riforme del settore del sapere che oggi mostrano i propri limiti. IN QUESTO QUADRO D’INSIEME POSSIAMO DEFINIRE ANTICOSTITUZIONALI GLI ATTEGGIAMENTI DELOCALIZZATORI DELL’ OMSA, DELLA STOCK , DELLA FIAT E DEI POLITICI AL GOVERNO DEL PAESE CHE NON HANNO MINIMAMENTE ANALIZZATO LA QUESTIONE: berlusconi appoggiando senza se e senza ma le posizioni di marchionne ( ree anche di ulteriorui attacchianticostituzionali ) e la frase di Monti che: LA FIAT CON MARCHIONNE PUO’ ANDARE DOVE VUOLE !!!!!!!!!!

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