Assemblea Rifare l’Italia Veneto, l’introduzione di Giovanni Tonella

Prima Assemblea regionale del Veneto di Rifare l’Italia
Festa de l’Unità Abano Terme (PD) – 20 luglio 2014
Introduzione di Giovanni Tonella

Carissimi amiche e amici, compagne e compagni, democratiche e democratici,

ringrazio i presenti a questa assemblea. Ringrazio coloro che hanno reso possibile questa iniziativa dal punto di vista organizzativo, quindi in primo luogo i democratici della festa di Abano e in particolare Jessica Canton. Ringrazio soprattutto Francesco Verducci che è qui con noi e che è il coordinatore nazionale di Rifare l’Italia. A lui soprattutto dobbiamo una costante e lucida opera di organizzazione in questi anni e mesi.

Ci troviamo per dare un’articolazione politica e organizzativa a Rifare l’Italia. Perché innanzi tutto Rifare l’Italia? Per molteplici ragioni. Cercherò di indicarle in sintesi, per poi fare un discorso più ampio.

1. Rifare l’Italia nasce dall’urgenza di dare una soluzione politica ad un problema fondamentale, ossia costruire il Partito democratico, il grande partito progressista e socialista della nazione italiana, affrontando il tema del rinnovamento generazionale e politico, con un autonomo sguardo critico-propositivo verso il passato ed il presente. Quindi un rinnovamento sia generazionale che politico. Non crediamo infatti che il tema del rinnovamento sia puramente anagrafico. È ovvio che i partiti e le organizzazioni che non vogliono – e questo è un punto fondamentale – essere accozzaglie medievali legate ad un capo transeunte, devono organizzarsi appunto come corpi in grado di rigenerare le leadership e i quadri, e soprattutto le ragioni di una militanza. Ma questo evidentemente non è sufficiente. Si tratta anche di riflettere sulle correzioni che l’esperienza politica impone. E soprattutto sull’impianto di cultura politica da assumere. Sempre le organizzazioni politiche hanno bisogno di ideologie, o meglio filosofie. E Rifare l’Italia ha colto nel segno, quando ha tematizzato l’esigenza di innovare rispetto ad una linea politica troppo legata ad un generico liberalismo sociale (da questo punto di vista richiamo le riflessioni teoriche di questi ultimi anni di Salvatore Biasco). Abbiamo per primi nel PD avvertito la necessità di organizzare una proposta politica riformista che autenticamente affrontasse criticamente una deriva antiegualitaria della società e dell’economia contemporanea. Abbiamo la necessità di contrastare l’ideologia che lega lo sviluppo all’aumento dell’ineguaglianza e all’aumento negativo dei costi che l’economista Leipert definiva difensivi. Non vogliamo un XXI secolo che socialmente ci porti all’ottocento, in un quadro di drammatica rivincita delle leggi della termodinamica nei confronti di una economia che si sviluppa in maniera rapace e insostenibile. L’umanità deve superare le soglie del XXI secolo! Abbiamo il compito di cooperare per rinnovare la società italiana ed europea, preservando gli ideali dell’Europa della libertà e della giustizia sociale. La stessa entrata del PD nel PSE per cui ci siamo battuti è una premessa importante di una politica da sviluppare. Una politica che vuole una Europa comunitaria, sociale e protagonista nel mondo.

Queste finalità impongono la consapevolezza che dobbiamo rispondere con forza alla crisi della democrazia italiana: solo ristabilendo fiducia tra governanti e governati, solo dando efficacia ed efficienza all’azione politica-amministrativa, solo dando speranza e soprattutto solo mettendo in moto un processo di integrazione politica e sociale che combatta le asimmetrie sociali e le ingiustizie, come i privilegi inaccettabili, possiamo svolgere il nostro ruolo. La nostra funzione storica.

Pertanto il nostro compito è sostenere il processo di riforma che è in atto e sostenere allo stesso tempo il processo di rinnovamento del partito democratico, dando il nostro specifico ed autonomo contributo. Il PD oggi è nella famiglia socialista e noi nel Pd vogliamo rappresentare l’area di ispirazione socialista che cerca di sostenere con forza un PD maggiormente progressista e riformista, collocato in una battaglia culturale e politica contro il neoliberismo, contro il dominio del capitale finanziario, contro le tentazioni regressive reazionarie delle piccole patrie e del populismo di destra. Il nostro orizzonte è una democrazia progressiva che riafferma sempre più i propri principi di libertà ed eguaglianza. Ciò è urgente proprio in un momento in cui i poveri nel nostro paese sono raddoppiati. I tassi di disoccupazione giovanile sono ai massimi storici ecc. La criminalità organizzata e il malaffare sono sempre più dilaganti e ramificati. Ecco che qui voglio riconoscere l’importante e straordinario sforzo di riforma del nostro ministro Orlando e l’ottima azione di indirizzo e di controllo di Alessandro Naccarato. Per uno studio che lega le dinamiche di sviluppo del veneto nel quadro internazionale, europeo e nazionale si consideri l’ultima analisi sull’economia del Veneto nel 2013 con previsioni sul 2014 di Unioncamere del Veneto[1]. Si tratta di uno studio che mette ancora in evidenza una crisi economica da cui si fa fatica ad uscire, una crescita modesta nel 2014 in un quadro consolidato di aumento della disoccupazione.

Mi permetto qui di riprendere i concetti che mi sembrano molto chiari e precisi del manifesto del comitato promotore nazionale:

Troppe volte in questi anni la sinistra ha mancato di svolgere fino in fondo il proprio ruolo. Per debolezza, inconcludenza, subalternità. Il fallimento della ‘seconda Repubblica’ è stato innanzitutto l’incapacità della politica di cementare un nuovo patto repubblicano e sociale, inclusivo, fondato su diritti e cittadinanza, capace di valorizzare e mobilitare le enormi energie del Paese. Invece prima il declino e la stagnazione del sistema industriale e del tessuto produttivo, poi l’incapacità di reagire con politiche espansive alla crisi mondiale dovuta alla deregulation dei mercati hanno lasciato macerie. Negli ultimi venti anni, la nostra società ha smarrito identità e senso: sono cresciute e si sono stratificate disparità. Disoccupazione e precarietà relegano ai margini intere generazioni, che anziché essere protagoniste vedono mortificato il proprio progetto di vita maturando sfiducia e disaffezione verso le istituzioni e la democrazia. Questo è il punto decisivo: riconnettere volontà di emancipazione e impegno politico, in una fase in cui la protesta si indirizza contro la politica, finendo per impedire il cambiamento. C’è un terreno che la sinistra deve riconquistare per ritrovare ragion d’essere e credibilità: la lotta alle diseguaglianze, una intollerabile ingiustizia sociale e il più grande impedimento allo sviluppo. Non ci sarà crescita sinché la ricchezza (in termini economici, di benessere, opportunità) non verrà redistribuita, stimolando per molti non solo la possibilità di tornare a consumare ma di tornare a credere in sé stessi. Riaccendendo insieme il motore del Paese. Sanando le fratture delle discriminazioni di genere e degli squilibri territoriali. Investendo in lavoro, produzione, sapere, diritti, beni comuni.

Queste sono le nostre ragioni e attorno a questo vogliamo iniziare e contribuire a rafforzare un lavoro che c’è già: mi riferisco al percorso iniziato da tempo, al consolidamento di una azione parlamentare e politica, ad un obiettivo di rafforzamento del partito e nel partito, alla rivista Left Wing ecc.

Ci sono ovviamente dei nodi politici immediati da sciogliere. Uno di carattere interno che credo sia utile chiarire.

La domanda che molti si fanno è la seguente: che tipo di iniziativa in rapporto a Renzi? I congressi servono, per come li abbiamo disegnati, a scegliere una leadership e degli indirizzi generali di programma. In rapporto alla scelta delle primarie, si deve far vivere a) una impostazione critica vs l’impianto neoliberista, b) lottare per un mutamento degli indirizzi monetaristi e di cattiva austerità della UE, c) porre a tema il rafforzamento del partito e delle forme democratiche di finanziamento: noi siamo consapevoli che i partiti si strutturano con dei capi, ma non solo con dei capi. Sono fondamentali i moderni quadri intermedi, è fondamentale il tema del gruppo dirigente centrale con i suoi collegamenti internazionali, è fondamentale la questione della cultura politica e dell’azione culturale da attivare in termini di autonomia. Si tratta a questo ultimo livello di dare un preciso contributo organizzativo e teorico. Anche sulla forma partito: faccio presente qui ad esempio le riflessioni di Paolo Borioni (proporrò delle iniziative sul partito e sul tema del reclutamento). Noi dobbiamo caricarci del problema di quale nuova funzione e dignità dare al partito dei militanti, come quello di rilanciare un autentico dibattito di cultura politica e di prospettiva ideale e programmatica. Ovviamente in politica si deve distinguere tra gli elementi di lunga durata, organici e strutturali, dei processi sociali, e quelli congiunturali (tra le righe è evidente il riferimento a Gramsci). Su questo punto è chiaro che si deve distinguere la tattica dalla strategia e soprattutto capire che ogni passaggio di congiuntura deve essere fatto in relazione ad una giustificazione anche strategica. Allora direi che, seguendo queste indicazioni, noi dobbiamo avere l’ambizione di orientare l’insieme del PD nei momenti chiave, di coltivare la nostra proposta in termini di responsabilità ma anche di autonomia, di non condizionare la nostra elaborazione e azione solo dai vecchi riferimenti congressuali. Insomma si tratta di: Sfidare e aiutare Renzi in un’opera di radicale innovazione sociale in termini di giustizia sociale, in un quadro unitario e costruttivo. Vorrei qui sottolineare il ruolo importantissimo che può giocare il presidente del partito Matteo Orfini sia in termini di proposta che in termini di garanzia.

2. Ma vorrei adesso abbandonare il piano generale che se volete esplicita i motivi della nostra adesione a Rifare l’Italia nel PD. E vorrei introdurre alcuni aspetti specifici che partono dal ruolo di militante impegnato anche nelle istituzioni. Vorrei sottolineare alcuni aspetti.

La riforma della PA è fondamentale: ormai la diagnosi di arcaismo della nostra PA è stata da molti certificata, come anche le problematiche del nostro modo di governare. A questo livello vorrei dire che se c’è un particolare contributo che noi dobbiamo dare, proprio per le ragioni della sinistra, è quello sinteticamente di sottolineare ed avvertire: 1) meccanismi puramente solo più decisionisti non implicano di per sé il miglioramento del governo: il tema è quello dell’implementazione e della valutazione, non solo della decisione: dobbiamo avere istituzioni intelligenti e riflessive. Da anni Sabino Cassese, non a caso molto stimato dal Presidente Napolitano, ce lo ripete. Ciò significa che anche la riforma della costituzione e soprattutto del parlamento deve essere sostenuta per prendere due piccioni con una fava: rendere più forte autenticamente sia il governo che il parlamento. 2) Per questo piuttosto che difendere il parlamento per com’è, servirebbe delinearne meglio le funzioni in relazione al Governo, dandogli più autorevolezza e indipendenza, rafforzando e costruendo strutture che autonomamente per servizi o al parlamento siano in grado di valutare le politiche pubbliche in termini di risultati e ricadute (si tratta di accorpare e potenziare gli uffici di servizio, seguire le migliori esperienze internazionali, specialmente americane ed inglesi ecc.). E allo stesso tempo dare al Governo un maggiore quadro di certezza per l’attuazione delle politiche, eliminando inutili ridondanze, o meglio per essere più precisi teoricamente (perché la ridondanza in realtà non ha un aspetto puramente negativo, ma metodologicamente può essere utile), inutili ripetizioni e lungaggini. La strada è quella dei Parlamenti analitici accanto a Governi stabili e responsabili. Oggi il Governo vive il parlamento come un ostacolo (che annacqua l’azione di riforma tramite corporativi meccanismi di bargaining, pork barrel e log rolling) e il parlamento è svilito o impotente, incapace di controllare ed esercitare la sua funzione di direzione (recentemente ho riletto dei vecchi scritti di Pietro Ingrao, lucidi nel porre il tema della crisi e della necessaria riforma del parlamento).

Dobbiamo poi mettere a fuoco il tema fondamentale della selezione della classe dirigente: non basta una mera costruzione mediatica. Non è alla lunga in grado di costruire classe dirigente. Certo, servono i personaggi, servono gli attori. Dal Leviatano di Hobbes sappiamo che i rappresentanti sono attori. Ma dobbiamo far sì che il partito non selezioni dal basso genericamente, o che selezioni personale politico debole, ellitticamente legato a gruppi di interesse e di potere conservatori (il quadro postdemocratico di Colin Crouch), ma selezioni dai punti di eccellenza e di professionalità, mettendoli in collegamento con il partito (punti di eccellenza sono quelli delle organizzazioni di comunità, sono quelli dell’impresa, sono quelli della cultura; e in quest’ultimo, si può dire, in un Paese come l’Italia che non ha eguali! Basti pensare al grandissimo patrimonio culturale in ambito artistico, musicale, letterario, archeologico, monumentale – in cui molti nostri professionisti vi operano anche con difficoltà -, che sicuramente è da riprendere e diffondere in termini molto più ampi sia per la nuova occupazione che per l’immagine internazionale del Nostro Paese). Selezioni dai movimenti storici! Dobbiamo costruire una struttura in grado di stare dentro il mondo della comunicazione e produrre personaggi, personaggi che però vengono dai mondi dell’eccellenza, secondo una logica di autonomia politica e fedeltà ai nostri principi. E non dobbiamo nemmeno difendere ideologicamente forme di cooptazione al ribasso, che ci rendono iper-controllabili dall’esterno e quindi orientabili assai facilmente. Magari addirittura vulnerabili alla legge per cui i modelli di cooptazione producono forme per cui chi è intelligente seleziona personale sempre meno intelligente per non subire concorrenza interna fino al punto che al vertice c’è qualcuno di non grande intelligenza che non riesce a capire chi è meno intelligente… Oggi questo meccanismo di selezione è superato dalle primarie, ma attenzione, rimane importante il presidio interno all’organizzazione, che è sempre un fattore di gatekeeping. Le primarie possono selezionare anche persone dal “nulla”, ma dobbiamo essere consci che l’investimento fiduciario oggi se non mediato culturalmente e legato a fattori personalistici deboli rischia di essere effimero, debole, fugace, emozionale, azzerante quando ci si rende conto del cattivo investimento. Non dobbiamo essere servi di infrastrutture delle emozioni, ma lucidi e tenaci costruttori di passioni organizzate, dando l’opportunità, autenticamente democratica, a qualsiasi persona di elevarsi ad intellettuale e militante politico[2]. Le primarie poi, in una logica di partito coalizionale, implicano il potenziamento delle organizzazioni parallele e funzionali e implicano la necessità di organizzare comunità attorno a personalità. Dobbiamo essere in connessione con la storia, non subendola, ma facendola. Dobbiamo da questo punto di vista mutare i nostri assetti politici-organizzativi, diventando sempre più anfibi nel partito dei militanti e nel partito degli elettori (costruendo metodologie di inclusione, favorendo relazioni, nuove geografie politiche, sociali ed economiche, essendo forza di cambiamento). Sapendo che non si è se non si è nella rete, nei media e nella società. Ma attenzione il mondo è capovolto e sembra reale solo quello che è nella dimensione dei media, ossia nella moderna dimensione della Pubblica Opinione. Anche qui però dobbiamo sapere, perché noi siamo figli della critica del socialismo (sia in senso soggettivo che oggettivo), che le dimensioni sociali e comunicative non sono prive di asimmetrie e storture che ne delineano gli assetti di potere. Ma sappiano che oltre al potere c’è il movimento reale e la potenza, e noi dobbiamo esattamente giocare in quella fase intermedia che sta tra il potere e la potenza. Ovviamente la nostra azione deve porsi come critica alla deriva notabilare e plebiscitaria di una democrazia di bassa qualità.

Siamo sempre interrogati dalla questione di come produrre una organizzazione di intellettuali riformistiorganici agli interessi popolari (che quindi non sono intellettuali delle aristocrazie dell’ingiustizia sociale, mosche cocchiere, individualisti piccolo-borghesi, arrampicatori sociali alla Barry Lyndon…) e come riformare lo Stato in funzione di una società più giusta, più avanzata socialmente, più emancipata culturalmente, più dinamica e sostenibile (quando le strutture politiche, sociali e produttive non riescono a rispondere alle esigenze di futuro della società perdono il loro carattere propulsivo e divengono ostacoli da abbattere).

3. Mi pare utile dire due cose sul Veneto: il risultato delle europee ci restituisce una grande speranza e opportunità. Molti nel PD veneto sono sicuri di una possibile vittoria alle prossime regionali (un po’ guardando il futuro con gli occhi di un presente statico). Il risultato delle regionali però non è scontato. Abbiamo alcune possibilità, ma dobbiamo ricordarci che questa regione comunque ha una storia, che lo scandalo Mose ci ha toccato e non poco (a tal proposito bene il fatto che chiediamo noi del PD la massima chiarezza per poter superare i limiti di una vecchia impostazione), che Zaia vive di luce propria e non solo per la Lega. Inoltre fughe in parlamento di “autorevoli” consiglieri regionali non hanno certo aiutato il processo di consolidamento di una azione e proposta alternativa in regione, in termini anche di faticoso radicamento delle iniziative di critica e di controproposta. Queste possibilità inoltre sono in realtà legate anche – se non soprattutto – all’evoluzione del consenso nei confronti del governo Renzi. Il semestre italiano è importante, come lo è il passaggio del prossimo autunno e della prossima legge di stabilità. È chiaro che se le riforme si impiantano, se l’Europa continuerà ad essere quella della soffocamento monetarista e burocratico, se l’economia, come prevedibile, continuerà nel lungo processo di declino, allora per Renzi e per il PD non ci sarà che un orizzonte di sconfitta, il che coinciderà con la sconfitta dell’Italia. E delle premesse per uno sviluppo progressivo democratico e socialista. Se l’orizzonte sarà invece di ripartenza, di nuovo orientamento dell’agenda europea, di rilancio del paese, allora abbiamo realmente delle buone occasioni, da non perdere. Anche le spinte indipendentiste del Veneto potrebbero essere sconfitte. In caso opposto invece Zaia potrà utilizzare queste spinte per riconfermarsi e per raffigurarsi in un quadro di profonda crisi come un punto di riferimento per la società veneta. Ora quale può essere il nostro preciso contributo in questa fase? Come quindi dobbiamo predisporci di fronte all’annoso problema del cosiddetto federalismo veneto? Io credo che la sinistra dovrebbe accettare la sfida federalista (in termini di autonomia costruttiva in rapporto al partito nazionale), proprio per governare in senso federalista, cioè unitario e non legato alla disgregazione, logica della Lega e degli indipendentisti. Come Renzi è un medium oggi per catturare della fiducia, una organizzazione più federale del partito potrebbe aiutare a mediare un certo tipo di fiducia (sfruttando un certo tipo di civismo amministrativo ecc.), questo per contrastare le logiche reazionarie che porterebbero il Veneto su di un sentiero interrotto della storia. Spero che questa stessa assemblea possa dare un indice di questioni regionali da sviluppare come nostro contributo alla sfida del prossimo anno al governatore Zaia. La nostra azione per il Veneto deve porsi all’avanguardia nell’interpretare le nuove opportunità di sviluppo economico, puntando sulla qualità e la sostenibilità.

Allegato 1. Considerazioni a partire dal Rapporto di Unioncamere del veneto sul 2013 e sul 2014.

1. Mi pare importante fare alcune considerazioni a partire dal rapporto di Unioncamere. Innanzitutto il rapporto in questione sottolinea come il 2014 è una sorta di anno zero della crisi: non si potrebbe che risalire la china. Ci sarebbero le previsioni a confermarlo, sebbene la crescita stimata nel 2014 è modesta e sviluppa un andamento leggermente positivo degli ultimi due trimestri del 2013. Tuttavia vi è da ricordare che a) le crisi sono cicliche e che quindi comunque nei prossimi anni dovremmo aspettarci altre crisi; b) lo stesso rapporto indica come i mercati azionari stanno passando una fase di ampi guadagni, ma ciò mette in evidenza almeno indirettamente che comunque il tema della maggiore regolamentazione del mercato finanziario (o del non mercato finanziario) rimane: è evidente infatti come sia necessario sia colpire maggiormente la ricchezza che sfugge tramite i cosiddetti paradisi fiscali, ma anche quella generata tramite lo scambio di prodotti finanziari incontrollabili e molto rischiosi. Si rammenti, poi, che la logica della matematica finanziaria è quella di produrre piani di investimenti con gittata temporale brevissima. Infine il rapporto ovviamente non pone il problema di come ci sia la necessità di aggiornare gli indicatori di crescita economica in termini maggiormente qualitativi e olistici.

2. Secondo i dati di natura internazionale nell’area euro il Pil del 2014 dovrebbe avere una crescita dell’1 %, quindi debole, vi sarebbe poi una crescita del Mondo di circa il 3,7 %, trascinata dal rafforzamento dei mercati emergenti. Tuttavia per il 2015 (ed anche 2014) vi è il dato preoccupante di una frenata della Cina. La cosa da segnalare per l’area euro, molto preoccupante, è il fatto che la dinamica dei prezzi si è attestata su valori inferiori al target della BCE: insomma il soffocante monetarismo dell’ordoliberalismo tedesco favorisce una dinamica deflattiva. E poi: “la caduta delle aspettative di inflazione potrebbe… determinare un aumento dei tassi di interesse reali, ostacolando la riduzione del grado di indebitamento pubblico o privato nei Paesi” (p. 6). In questo quadro l’Italia rimane il paese del G7 con le prospettive di crescita più basse: lo 0,7-0,8%. Le previsioni più ottimistiche la danno all’1%. Ciò comporterà un leggero aumento degli investimenti, e tuttavia l’incidenza del debito pubblico dovrebbe arrivare al 132,7 % e la disoccupazione al 13 %. Una perfomance più negativa della ripresa italiana provocherebbe la necessità, secondo il rapporto, di una nuova manovra di bilancio per restare nel percorso di riduzione del debito secondo le politiche di bilancio europee. Si tenga presente che nel 2013 il Pil italiano è diminuito dell’1,9 % (per l’area euro si tratta di – 0,7%).

3. Ovviamente nel rapporto i dati macroeconomici sono disaggregati per area del paese e quindi si vedono i dati per il nord-est e per il Veneto. Il Veneto dovrebbe crescere un po’ di più dell’Italia, in linea con la crescita dell’area euro e avere un tasso di disoccupazione dell’8%. Il Veneto quindi in un quadro difficile si difende, tuttavia la sua ripresa si basa sull’export, mentre c’è una contrazione del mercato interno. La domanda estera è rimasta l’unico volano della crescita. Vi un incremento delle esportazioni dell’2,8 %, con un forte incremento verso USA, Cina e Russia (che probabilmente vedrà una frenata a causa della crisi ucraina). Il Veneto è dopo la Lombardia la regione italiana che esporta più valore. Il rapporto si produce in una analisi molto dettagliata, comparto per comparto, finendo con la considerazione anche dell’incidenza della PA e degli enti locali nelle dinamiche economiche. In sintesi vorrei sottolineare alcune questioni, sia generali che particolari. In generale si può dire che vi è un processo di riorganizzazione delle aziende venete, un processo di concentrazione e quindi di riduzione delle imprese, con il rafforzamento della forma giuridica delle società di capitali (la sottocapitalizzazione è un evidente limite da superare). Comunque vi è una riduzione di unità: – 20.000 dall’inizio della crisi. Sempre in generale si deve sottolineare come sia appunto il mercato di esportazione quello che rafforza l’economia veneta (tra gli indicatori correlati si può anche annoverare il fatto che il turismo soffre per il restringimento del mercato interno dei pernottamenti degli italiani): ciò significa evidentemente che i processi di internazionalizzazione sono importanti e ciò rende non una sorpresa il fatto che sono soprattutto le piccole imprese a soffrire, mentre le medio e grandi si rafforzano nel complesso. La demografia delle imprese non è solo legata alla crisi, ma anche all’andamento normale di riorganizzazione per stare nel mercato. Un esempio plastico è l’andamento demografico delle imprese agricole. Anche il commercio vede l’indebolirsi delle piccole strutture. Il comparto che soffre di più è quello delle costruzioni: soprattutto se legato alla nuove edificazioni. Ciò significa che la crisi impone nuovi modelli imprenditoriali e una maggiore e profonda riorganizzazione di questo settore, che deve però legarsi ad un rinnovamento delle politiche urbane. Se l’andamento della crescita e della composizione delle imprese è quello dato, sempre in termini coerenti con questi ultimi anni di crisi si registra l’andamento di aumento della disoccupazione e la diminuzione dell’occupazione. Si pensi come negli anni della crisi il comparto manifatturiero abbia perso circa 100.000 posti di lavoro. Anche in Veneto inoltre il dato giovanile è preoccupante: 17,4 %. Si deve poi sottolineare altri aspetti significativi: primo fra tutti la questione del credito: è un punto dolente, ma le banche faticano a dare il credito. Servirebbe, ma questo nel rapporto non è detto, mettere in campo una politica che freni il credit crunch: le imprese non hanno credito dalle banche, aumentano lo stock di liquidità immediata che tengono in freezer ecc. Questi sono evidentemente elementi che frenano la ripartenza: invece servono investimenti per innovare nei processi e nei prodotti. Credo che il sistema degli enti locali, insieme ad una riorganizzazione dei cofidi, possa dare una mano in termini di garanzie per sostenere il credito. La politica deve battere un colpo. Si tenga presente che il buon andamento dei mercati finanziari è un elemento che paradossalmente può sottrarre risorse, dato che le banche le possono meglio impiegare appunto sul mercato finanziario. Questo tra le righe viene affermato a p. 40 del rapporto.

4. Vorrei poi sottolineare un dato interessante: il fatto che vi è una crescita e tenuta dei nuovi servizi di alta qualità alle imprese: i cosiddetti KIBS (Knowledge Intensive Business Services). Qui serve sapere che tali imprese si rafforzano in un quadro di potenziamento relazionale degli spazi urbani e in un quadro di internazionalizzazione. Vi è un potenziale di maggiore sviluppo di start-up innovative ed avanzate: si tratta di porre come tema centrale delle politiche favorire tale potenziale.

5. Infine sul lato della PA: è evidente un eccesso di pressione fiscale e tributaria. La nuova Tasi ne è un esempio: l’andamento crescente è chiaramente un problema per l’economia. Positiva invece è l’adozione, almeno per il Veneto, dei costi standard nella sanità. Si mette poi in evidenza una riduzione dei trasferimenti sia alla Regione Veneto, come anche al sistema degli enti locali. È chiaro che dobbiamo assumere la sfida della riorganizzazione della spesa, per migliorare nella qualità, nella capacità di governance, senza rinunciare ad alti standard democratici.

[1] Cfr. Centro studi e ricerche economiche e sociali, L’economia del Veneto nel 2013 3 previsioni 2014, Unioncamere Veneto, 2014.

[2] Mi si permetta un richiamo a Gramsci: “la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone, sia pure “astrattamente”, nelle condizioni generali di poterlo diventare; la democrazia politica tende a far coincidere governati e governati (nel senso del governo col consenso dei governati), assicurando ad ogni governato l’apprendimento gratuito della capacità e della preparazione gratuita generale necessaria a tal fine” (Q, pp. 1547-8).

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