Andrea Orlando: “La sinistra perde se non riesce a dare sicurezza”

Elisa Calessi, Libero, 23 gennaio 2017

 
 

«Se vince il No l’unica cosa certa è una nuova fiammata populista». Lo diceva lei il 10 ottobre. È andata così?

«Sicuramente la vittoria del No al referendum ha dato spinta alle forze populiste, non mi pare l’abbiano capitalizzatale forze di sinistra».

Nella classifica dei sindaci in cima c’è un esponente del M5S. E in quella dei governatori, due leghisti. Fine del buon governo della sinistra?

«Mi ha colpito che nella parte alta ci siano molti sindaci al primo mandato. Oggi il lavoro del sindaco è molto più complicato del passato: c`è stato un accentramento di funzioni, una perdurante difficoltà finanziaria a fronte di una domanda sociale cresciuta. Non basta più un progetto di buon governo. Di fronte all’inquietudine che la crisi ha prodotto, che non è solo povertà, ma anche paura di essere esclusi, paga la rassicurazione. Zaia e Maroni danno una risposta: chiudiamoci in casa e difendiamoci. Per me è sbagliata. Ma un governatore dicentrosinistra, anche quando governa bene, non ha una risposta da contrapporre. Ci sono ottimi governatori del centrosinistra in fondo alla classifica perché è la sinistra che non ha una chiave da accompagnare a un`azione di governo che in questi anni è stata di riduzione dei servizi».

Perché la sinistra non è capace di rassicurare?

«Noi abbiamo detto che la globalizzazione andava accettata come qualcosa che avrebbe risolto gran parte dei problemi. Ma in questa parte del mondo ne ha generati. E l`ultima riflessione autonoma della sinistra sulla dimensione globale risale agli anni ’80».

Lei ha scritto che è stato sconfitto non solo Renzi, ma la strategia del centrosinistra. In che senso?

«Abbiamo pensato che la crisi della democrazia avesse solo ragioni istituzionali, invece ha anche radici sociali. La democrazia è in crisi perché lo è un modello di inclusione sociale, che era stata la vera molla dell’affermazione della democrazia all`indomani della guerra».

Eppure Renzi ha messo in campo tante misure sociali.


«È vero, ma questo non era un governo di centrosinistra. Convivevano impostazioni profondamente diverse e questo ha ridotto i margini di manovra. Poi abbiamo la gabbia del debito pubblico e dei parametri europei. Chi si trova al volante, può sterzare poco».

Bisognava fare di più?


«È il problema di tutte le sinistre al governo. Hai una serie di compatibilità che ti impedisce di dare risposte più strutturate. Dopo di che, qualcosa di più si poteva fare, ma andava affrontato un tabù anche a sinistra».

Quale?


«Quello della fiscalità. Gli interventi del governo Renzi hanno dato il segno di un`attenzione al sociale, ma non di mettere in discussione la distribuzione della ricchezza che è il vero elemento di scandalo: la concentrazione di ricchezza in una parte sempre più ridotta della società. È un tema che, per questioni politiche e per ragioni che hanno caratterizzato il centrosinistra fin dalla sua nascita, non è stato affrontato».

Bisognava fare la patrimoniale?

«Questo è un termine fuorviante e per alcuni versi anacronistico. Bisogna sforzarsi di cercare strumenti per raggiungere una ricchezza che si concentra in soggetti anonimi e sovranazionali e per incidere di più sulle rendite, senza pesare sul ceto medio che è stato già duramente colpito dalla crisi. Poi c`è il tema delle diseguaglianze nella conoscenza, che crescono. La riforma della scuola è stata una cosa importante in questo senso, ma non siamo riusciti a farla percepire come tale».

Colpire i ricchi non vuol dire colpire chi crea lavoro?

«Infatti non penso si debba colpire la ricchezza, ma la rendita che si è consolidata nel nostro Paese anche per continuare ad aiutare chi investe e chi lavora. Poi mi rendo conto che il tema non si risolve nella dimensione nazionale. Oggi grandi concentrazioni di ricchezza si realizzano a livello sovranazionale».

A chi pensa? A Google?


«Non solo. Ci sono tantissimi colossi sovranazionali in grado di comprimere i profitti di chi produce e di sottrarsi contemporaneamente alle fiscalità nazionali. Le politiche comunque non bastano. Conta anche il messaggio. Puoi dire: non ce l`ho fatta a colpirle. Ma non puoi dire che non sarebbe giusto colpirle. Obama, non avendo i vincoli dei Paesi europei, ha fatto di più sul fronte della redistribuzione. E però ha vinto Trump».

Ha sbagliato messaggio?


«Anche. Il problema non è solo cosa fai, ma da che parte ti schieri. Se sei in grado di rifiutare il sistema, di contestarlo anche quando non riesci a modificarlo nell`immediato».

Renzi ha parlato molto coi vincenti, poco coi perdenti?

«Si può parlare con tutti, il problema è se denunci una sperequazione o no».

Per questo avete perso tra i giovani?

«Abbiamo perso ovunque l’inquietudine è particolarmente forte. I giovani sono la prima generazione che paga tutte le conseguenze delle politiche passate. Oggi non abbiamo solo la rivolta di chi è povero o si sta impoverendo, ma anche di chi ha paura di impoverirsi. Per questo servono interventi straordinari».

D’Alema ha detto che “con Renzi non vinceremo mai”.

«Un maestro di realismo politico come lui dovrebbe riconoscere che i problemi che si pongono alla sinistra in tutto il mondo occidentale non si risolvono con una discussione sulla leadership e lo pensavo anche ai tempi dell`invettiva di Nanni Moretti, un una situazione relativamente più semplice».

Bersani sta cercando “un giovane Prodi”. Fa bene?

«Siamo sempre sullo stesso terreno. Il fatto che si usino evocazioni di questo genere mi dà il senso da un lato che non ci siano scuderie gremite di purosangue, dall`altro che si pensi che riproponendo in qualche modo formule che non hanno funzionato negli anni `90 si possa tornare a vincere. Io continuo a pensare che il nostro sforzo oggi dovrebbe essere concentrato sulla definizione di una nuova cultura politica».

Il candidato premier resta Renzi?


«È quello che ha più energia e credito per affrontare questa nuova fase. Dipende molto da come saprà interpretarla».

Ma D’Alema lancia i comitati per ricostruire il centrosinistra.

«Mi auguro che non siano rivolti contro il Pd. Non penso che si possa ricostruire il centrosinistra senza il Pd. Dopo di che ho sempre pensato che una delle ragioni per cui in Italia esiste una anomalia populista come il M5S, che non è di destra né di sinistra, è anche il frutto del fatto che abbiamo una sinistra radicale particolarmente fragile. Ma non credo che D`Alema pensi a questo né mi auguro una scissione che finirebbe solo per peggiorare il quadro».

È favorevole al proporzionale?

«Sì. Oggi è irrealistico pensare a un sistema maggioritario che risolva con dei meccanismi un dato che emerge dal Paese, cioè che è diviso in tre blocchi. Io sono perché ci sia un qualche premio di maggioranza che aiuti la governabilità. Ma la
governabilità non può prescindere dalla rappresentatività».

Così va verso un governo Pd Forza Italia. Va bene?

«A parte il fatto che è già avvenuto. Il governo Letta si fondava su una maggioranza in cui c`era tutta Forza Italia. Dopo di che, dobbiamo fare di tutto perché non accada. Con un sistema di alleanze, perché qualcosa nascerà alla nostra sinistra e qualcosa al centro, si può evitare quel rischio. Ed è per questo che ritengo necessario mantenere un premio per il primo partito».

Bisogna andare al voto a giugno o nel 2018?


«Appena abbiamo gli strumenti per farlo. Tirare in lungo non serve né al Pd, né al Paese». Ora Renzi dice di voler puntare di più sul “noi”.

C’è stato un eccesso di “io”?


«Se lo dice Renzi».

L’errore più grave?


«Non avere ricostruito il partito. I problemi del Pd non sono nati con Renzi. Credo sia stato colpevole non aver accompagnato una politica riformista con una grande forza riformista».

Il Consiglio d’Europa critica l’Italia per l’eccessivo numero di magistrati in politica. Ha ragione?

«Trovo strano che arrivi ora che siamo al minimo storico di magistrati in politica. Poi vanno trovati meccanismi che regolino il passaggio».

Vuole cancellare il reato di immigrazione clandestina. Non pensa che aprirà le porte ai clandestini?


«Dubito che qualcuno parta dal Senegal perché legge la Gazzetta ufficiale italiana. Penso che il reato di immigrazione clandestina non abbia alcun effetto di deterrenza, mentre ce l`hanno i processi di rimpatrio. Che però sono resi più complicati dal reato. E complica le indagini su chi porta i barconi perché, essendo gli immigrati indagati, non possono testimoniare contro gli scafisti».

Le carceri sono diventati i luoghi nei quali avviene la radicalizzazione degli immigrati. Cosa si può fare?

«Stiamo già facendo. Abbiamo creato un monitoraggio molto forte e individuato quelli che davano segni di adesione anche solo ideale alla Jihad. Poi c`è una collaborazione tra le forze penitenziarie e quelle di polizia, per cui certi detenuti vengono seguiti anche fuori. Manca, invece, un programma di deradicalizzazione. Come si reagisce quando una persona si radicalizza? Su questo nelle prossime settimane proporremo una strategia».

Si parla di lei come possibile candidato alternativo a Renzi. Le piacerebbe candidarsi al congresso del Pd?

«Questo è il tempo delle idee, non delle candidature».

Venerdì si è insediato Donald Trump, che è arrivato alla Casa Bianca anche grazie al voto degli operai del Michigan. Perché la sinistra non parla più ai ceti deboli?

«La sinistra è apparsa rassegnata alle dinamiche della globalizzazione. Non è detto che si debba rinunciare a guidarne gli effetti con politiche industriali e anche moderatamente protezionistische. L’altra cosa è che la destra sa offrire dei colpevoli: gli immigrati, i cinesi, le élite. La sinistra, invece, ha raccontato una storia che non aveva responsabili».

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