Non rottamiamo il Pd,
di Matteo Orfini

Matteo Orfini, l’Unità, 7 febbraio 2017
 
 
Non sono tra quelli che rimpiangono i tempi dell’Ulivo e tantomeno dell’Unione, anzi. Molti dei problemi che oggi dobbiamo risolvere affondano le radici nell’inadeguatezza e nella subalternità del riformismo di quegli anni. Di questo abbiamo scritto tante volte, e non ci tornerò. Ma in quegli anni maturò anche qualcosa di buono: il Partito democratico. Forse qualcuno ha rimosso le ragioni per cui facemmo la scelta non semplice di lasciarci alle spalle le nostre case di allora, per costruirne una nuova: il paese aveva bisogno di una grande forza riformista in grado di guidare un processo di cambiamento. Una forza che non fosse l’ennesima invenzione figlia di nessuno, ma che affondasse le radici nelle culture politiche dei partiti che liberarono il paese dal fascismo e che scrissero la Costituzione. Una forza che fosse un partito, e lo rivendicasse orgogliosamente sin dal nome (cosa che si era smesso di fare, nel centrosinistra, da tempo: dai Ds alla Margherita). Una forza che chiudesse la stagione delle coalizioni consentendo al nuovo partito di sviluppare al meglio la sua vocazione maggioritaria.

Nel 2007, nel centrosinistra e anche nel nascente Pd, ci dividemmo sulla scelta di annunciare la scelta di correre da soli, mentre eravamo al governo con una larghissima coalizione, nel timore che questo, insieme a una legge elettorale che premiava le coalizioni, avrebbe portato alla caduta del governo Prodi e alla vittoria elettorale della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi. La storia ha purtroppo dimostrato che quel timore non era infondato. Ma questa, semmai, è una ragione di più per non ricostruire le condizioni, politiche e istituzionali, che ci portarono in quel vicolo cieco. Non per ricostruirle.

Del resto, non dovrebbe essere difficile ai protagonisti di quella fase ricordare le estenuanti trattative con micropartiti personali, che nascevano come funghi con il solo obiettivo di trattare qualche collegio. Oppure le estenuanti sessioni per comporre programmi monstre di centinaia di pagine, con il solo obiettivo di consentire a tutti gli alleati di coltivare la loro nicchia di visibilità. Non dovrebbe essere difficile rammentare come quelle esperienze di governo siano fallite proprio a causa di quelle coalizioni, con il premio di maggioranza che diventava il taxi su cui mille trasformisti salivano per entrare in parlamento, salvo poi scenderne un minuto dopo, producendo la crisi. Come si può oggi riproporre tutto questo? Come si può pensare che il ritorno alla casella di partenza di questo non glorioso passato, come in un interminabile gioco dell’oca, possa essere la soluzione alla crisi di sistema prodotta dal voto del 4 dicembre?

No, grazie. Preferisco il Partito democratico. Quello è il partito che, da militante, sono orgoglioso di avere contribuito a fondare, e che da presidente quotidianamente cerco di tenere unito, anche e soprattutto in giorni in cui tanti si divertono a evocare scissioni, salvo poi spiegarci che il giorno dopo averlo sfasciato, vorrebbero allearcisi. Sia chiaro: non consentiremo a chi ha avuto il merito storico di far nascere il Pd di produrne la fine. Non saranno rancori e personalismi a smontare il risultato migliore di una lunga e faticosa transizione, che ha visto tanti partiti nascere e morire. A chi – in maggioranza e in minoranza – pone legittime questioni politiche, è giusto dare risposta. Sia sulle scadenze interne sia sui temi programmatici. Ma basta con gli ultimatum e con le minacce, che disgregano quel senso di comunità che dovremmo invece coltivare come il bene più prezioso.

Ai tanti tra di noi che oggi vedono il ritorno alle coalizioni come rimedio per tutti i mali, suggerirei di riflettere sul fatto che quello è il terreno ideale proprio per coloro che coltivano ipotesi di scissione. Tornare a quell’impianto significa negare alla radice le ragioni per cui è nato il Pd. Significa, teoricamente e praticamente, rimetterne in discussione l’esistenza. Contrastare questa tentazione non significa chiudersi nella pretesa dell’autosufficienza. O rassegnarsi all’ingovernabilità. Ci sono altri meccanismi compatibili con l’impianto uscito dal referendum e dalla sentenza della Consulta, che possono garantire un equilibrio tra rappresentanza e governabilità: un ragionevole premio di governabilità da attribuire al primo partito, ad esempio. Il Pd potrebbe così sviluppare a pieno la sua forza e misurarsi sul suo progetto in campagna elettorale. E se questo non dovesse essere sufficiente a raggiungere la maggioranza, il premio aiuterebbe a evitare la Repubblica delle larghe intese permanenti, rendendo possibile la ricerca di un accordo di governo con forze relativamente omogenee.

Cercare una soluzione per armonizzare le leggi elettorali è doveroso. Ma tornare indietro sarebbe un errore esiziale che metterebbe ancora più in tensione il Pd. Si parla di una coalizione «da Alfano a Pisapia». E su che basi potrebbero stare insieme Alfano e Pisapia (e il Pd in mezzo)? Già immagino i mesi di dibattito, i veti, le ossessive ricerche di compromessi impossibili. È un ritorno all’antico che dovrebbe preoccupare tanto più chi viene da una storia, quella del Pci, che ha subito a lungo la condanna all’ostracismo politico e istituzionale, e che dal ritorno alle divisioni interne e alle coalizioni interminabili, con annessi federatori, papi stranieri, uomini della Provvidenza o della provvidenziale società civile sempre ansiosi di “venire a comandare”, non ha evidentemente niente da guadagnare.

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