Perché non possiamo non dirci antifascisti,
di Daniele Marantelli

Daniele Marantelli, Patria Indipendente, 2 febbraio 2017
 
 

Ci sono ancora i fascisti si chiede, retoricamente, Carlo Smuraglia? La risposta, purtroppo, è sì.

Incontriamo ogni giorno lungo il nostro cammino nelle piazze, nei bar, negli stadi, nelle scuole, persino nei luoghi di lavoro, atteggiamenti razzisti, xenofobi, omofobi. Come definire questi comportamenti odiosi? La meritoria opera dell’ANPI, di molti insegnanti e di tante istituzioni, negli ultimi anni ha saputo celebrare con crescente forza storica e culturale le Giornate della memoria. Qualche settimana fa, con i colleghi Emanuele Fiano ed Eleonora Cimbro, ho sentito il bisogno di interpellare il Governo per chiedere quali misure intendesse adottare per contrastare movimenti che si richiamano chiaramente al fascismo e ai principi della discriminazione e dell’odio razziale. Il riferimento era a Do.Ra. un’organizzazione, che, sotto le spoglie di un’associazione culturale, già nel nome rende omaggio ai raggi del Sole nero, simbolo del castello tedesco di Wewelsburg, sede operativa delle SS. Recentemente questa organizzazione che ha sede a Caidate, comune di Sumirago in provincia di Varese, e che ogni anno festeggia il compleanno di Hitler, ha chiesto la chiusura di tutte le sezioni dell’ANPI, “dichiarate fuorilegge” e invocato “l’immediato processo per crimini di guerra per tutti i partigiani ancora in vita”. Mai come in questo caso il sonno della ragione genera mostri.

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa disvela al mondo l’orrore di Auschwitz. Il 25 aprile 1945 l’Italia conosce finalmente la Liberazione. Nella mia provincia tanti giovani hanno sacrificato la loro vita per la libertà. Nel novembre 1943 sul Monte San Martino ci fu una delle prime battaglie di partigiani, guidati dal colonnello Carlo Croce, contro l’occupante esercito tedesco. Ho imparato a conoscere il fascismo e il nazismo molto prima di leggere i libri. Ho capito che il fascismo è stato qualcosa di profondo che ha inciso nella carne di milioni di famiglie italiane. Mia nonna Maddalena, contadina, mi diceva che i fascisti piombavano le mammelle delle mucche che aveva in stalla, per controllare quanto latte facessero. Per poi requisirlo. Mia nonna ha perso un figlio nel 1941 nella guerra in Grecia. Lui, Antonio, ha lasciato in quella terra lontana le sue ossa. Qui una vedova e una bambina di cinque anni, orfana, con i morsi della fame allo stomaco, perché i fascisti che avevano mandato il papà a morire in guerra erano gli stessi che, a Varese, le sottraevano il cibo dalla bocca. Potrei raccontare numerosi episodi ascoltati dalla viva voce di coloro che vissero quel periodo tremendo.

I contadini, la sera, in cortile, dopo una giornata faticosa a lavorare nei campi, ricordavano quel tempo. Soprattutto nelle sere d’estate. Gli operai dell’Aermacchi raccontavano il suono lugubre delle sirene prima dei bombardamenti. Mia mamma sentiva le urla delle persone torturate dai fascisti nella famigerata villa di via Sanvito Silvestro mentre, giovanissima operaia, si recava al lavoro. In quei primi anni 60 non avevamo la televisione. Ascoltavo quelle storie, raccontate senza enfasi, di soprusi e ingiustizie, con la curiosità tipica dei bambini. Oggi bambini e ragazzi hanno a disposizione computer e iPad. Pensano, grazie a queste tecnologie, di sapere tutto e conoscere il mondo. Peccato che senza un’armatura ideale e culturale adeguate, questi importanti strumenti rischiano di essere dannosi.

In casa mia, una famiglia di semplici operai, l’Unità entrava tutti i giorni. Ho avuto la fortuna di confrontare la mia educazione popolare con gli articoli di grandi intellettuali e scrittori che leggevo con avidità. Si capisce facilmente quale emozione e onore ho provato quando i familiari di Claudio Macchi mi chiesero che, dopo la cerimonia religiosa, facessi l’orazione laica per dargli l’ultimo saluto. Claudio Macchi fu il comandante partigiano che il 25 aprile 1945 diede l’ordine di liberare Varese. Il fascismo è un serpente velenoso che si riproduce in mille forme. Esempio. Nell’agosto del 2000 in una via della mia città un razzista squarciò con una coltellata il ventre ad un giovane ragazzo di colore fuggito dall’inferno della Sierra Leone. Come definire l’autore di un gesto così grave? Fortunatamente, il giovane, un ingegnere, si salvò. Lo aiutammo. L’allora Ministro Livia Turco gli fece avere lo status, dovuto, di rifugiato politico. Un imprenditore illuminato gli trovò un lavoro. Si sposò ed ebbe una bellissima bambina. Raccontato così sembra un episodio del libro Cuore di De Amicis. Andò effettivamente così. Ma non sempre è andata e va così. Il dramma quotidiano dei migranti, le tragedie che si consumano nei campi in Libia, nel Mediterraneo e nel nostro Paese lo dimostrano e interrogano le coscienze di ogni democratico.

Non possiamo non dirci antifascisti, anche nel XXI secolo.

La libertà di pensiero, sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione, è sacra. E come tutti i diritti, ha confini che non sono valicabili. Anche in tempi di revisionismo, o addirittura di “rovescismo”.

È vero, con la caduta del Muro di Berlino il “secolo delle ideologie” è finito, e alcune categorie politiche – fascismo, comunismo – sono diventate obsolete. Ma proprio perché il pensiero politico è diventato “liquido”, come direbbe Zigmunt Baumann, è altrettanto necessario, proprio in tempi come questi, allora ribadire che non possiamo non dirci antifascisti. E non solo perché, come è ovvio, la Repubblica e la democrazia in Italia sono nate grazie alla Resistenza.

Il fascismo con i fez e le adunate di piazza Venezia è stato consegnato alla Storia, ma la sua esperienza ventennale deve servire come monito, e qui risiede l’attualità dell’antifascismo.

Il fascismo e Mussolini demolirono la democrazia, instaurarono un regime autoritario, uccisero oppositori politici, cancellarono la libertà di stampa, di parola, di associazione, promulgarono le leggi razziali. Mussolini, insieme a Vittorio Emanuele III, si accodarono al nazismo e con la guerra – di cui furono interamente responsabili – ridussero il Paese in lacrime, sangue e macerie. Una guerra che costò almeno 450mila morti e la perdita di una parte del territorio nazionale, lungo il confine orientale. Per non parlare della costituzione della Repubblica Sociale, che anche uno storico come Renzo De Felice sosteneva essere all’origine della guerra civile.

Il fascismo insomma – denunciava un grande filosofo di cultura liberale come Benedetto Croce – aveva portato la società italiana a un repentino sbandamento e a un abbassamento “nella coscienza della libertà”.

Dall’altra parte, l’Italia antifascista – per merito degli Alleati e della guerra partigiana – riuscì a rientrare a far parte delle nazioni civili e ad avviare un processo di democratizzazione che dura fino a oggi, e la prima creazione di questa nuova Italia fu la Costituzione repubblicana.

Appare quindi scontato che le due esperienze non siano conciliabili ma, come ha scritto Norberto Bobbio, “l’impossibilità di una riconciliazione storica non esclude, e la pacificazione esige il senso di umana pietà (che va ben al di là del perdono) per tutte le vittime”.

E allora, di fronte a rigurgiti di un passato tragico come quello del fascismo, la democrazia ha il diritto di difendersi, ed è quindi giusto vietare il fascismo come “radice” di partiti o movimenti politici.

Così come, appunto, non possiamo non dirci antifascisti, poiché “antifascismo” significa letteralmente contrario di fascismo. È vero che per essere buoni democratici l’antifascismo è “solo” una delle virtù necessarie, ma è altrettanto vero che chi esalta il fascismo, o peggio, il nazismo e i suoi deliri biologico-razziali dichiara di volere abbattere la democrazia.

Il Ministro Minniti ha risposto puntualmente alla nostra interpellanza, sostenendo che il Governo userà tutti i mezzi per contrastare chi si ispira ad ideologie neofasciste. Spetta alla Magistratura decidere se esistono le condizioni per un loro scioglimento. Noi, in ogni caso, dobbiamo difendere i valori dell’antifascismo, sapendo interpretare un mondo che cambia. Nuovi poteri, finanza e terrorismo internazionale, reti informatiche, scavalcano gli stessi Stati e sono esenti da ogni controllo democratico. In Europa l’austerità ha divorato milioni di posti di lavoro, accentuando le disuguaglianze. Togliendo dignità a milioni di lavoratori e mortificando le speranze di milioni di giovani. Mi chiedo sempre più spesso se democrazia e diritti delle persone siano ancora conciliabili tra loro. Si è detto che recentemente a Coblenza si sono incontrati i leader dei partiti populisti. Non condivido. Dentro il termine ambiguo di populismo si rifugiano, a mio giudizio, fatti, timori e interessi molto diversi fra loro. A Coblenza si è riunita la destra reazionaria europea. Nazionalista. Il nazionalismo ha prodotto enormi tragedie nel secolo scorso. Trump e Putin lavorano apertamente per disarticolare l’Europa. Dobbiamo parlare ai giovani, che sono la nostra risorsa più importante, con “lingua diritta” e senza paternalismi. Al di là del sogno di un’Europa federale, dei popoli, oggi, per esempio, occorre realisticamente battersi per un sistema di difesa comune, indispensabile per difendere la pace e la libertà. Del resto il rilancio della difesa europea è oggi l’unico cantiere di natura istituzionale che è possibile avviare a Trattati vigenti.

Queste battaglie devono intrecciare lotta politica e crescita culturale. Sono più attuali che mai e devono essere condotte in tutti i luoghi della democrazia, in Parlamento, sui banchi di scuola, nei libri, in Tv e sui giornali.

Perché, appunto, anche nel XXI secolo la democrazia ha il diritto di difendersi e gli antifascisti, che hanno costruito la democrazia in Italia, sono le sue sentinelle.

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