La storia dimenticata dell’unione monetaria,
di Roberto Gualtieri

Roberto Gualtieri, l’Unità, 11 febbraio 2017
 
 
L’euro non è solo una moneta comune ed una fondamentale ancora di stabilità per la nostra economia, ma costituisce il più rilevante progetto politico dall’ avvio del processo di integrazione europea. L’ esistenza e il successo dell’ euro è la condizione per l’ unità e la prosperità dell’ Europa, e al tempo stesso il completamento dell’ unione economica e monetaria rappresenta una sfida difficile ma decisiva e ineludibile. Per comprendere le ragioni di fondo di questo dato occorre rivolgersi alle vicende del secolo scorso. Lo straordinario sviluppo economico politico e sociale che caratterizzò il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale e che rese possibile l’ affermazione del welfare state e il consolidamento della democrazia, ha avuto luogo in un contesto irripetibile segnato – tra le altre cose – dalla “egemonia cooperativa” degli Stati Uniti e del dollaro alimentata dalla guerra fredda e incardinata sul sistema di cambi fissi definito a Bretton Woods.

Con la fine dell’ egemonia cooperativa statunitense e la scelta di Richard Nixon del 1971 di abbandonare il sistema di Bretton Woods quel contesto cambia radicalmente. Mentre infatti gli Stati Uniti avviano una stagione segnata dall’ utilizzo del “potere di signoraggio” del dollaro (che deriva dal suo ruolo di unica valuta mondiale di riserva) a sostegno delle proprie priorità interne di politica economica, in Europa si apre una fase di instabilità valutaria ed economica che colpisce in primo luogo i paesi più fragili, ma che indebolisce la capacità di sviluppo e innovazione complessive del sistema produttivo continentale. Favorito dallo sconvolgimento politico prodotto dalla fine del bipolarismo e dall’ unificazione tedesca, il lancio della costruzione di una Unione economica e monetaria imperniata sulla moneta unica attraverso la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 (e la parallela costituzione dell’ Unione europea) rappresenta la risposta a questo mutato scenario e l’ avvio di un percorso difficile, accidentato e non ancora concluso per consentire all’ Europa di riappropriarsi degli strumenti di governo del proprio sviluppo nel contesto tumultuoso della globalizzazione.

Nel corso degli ultimi quindici anni la moneta unica ha garantito non solo stabilità monetaria e un argine contro la speculazione valutaria, ma ha anche favorito una sempre maggiore integrazione manifatturiera su scala continentale che ha permesso all’ Europa di mantenere la sua presenza in settori industriali che altrimenti avrebbe dovuto abbandonare di fronte ai competitori globali, e di sostenerne la moder nizzazione sul terreno dell’ innovazione. Al tempo stesso, la performance dell’ area euro ha risentito negativamente dei limiti delle sue politiche e dell’ incompiutezza della sua costituzione economica: fragilità dei meccanismi di coordinamento della politica economica, limitate dimensioni del bilancio comune, eccessiva rigidità dei vincoli di finanza pubblica, divieto di salvataggio e di finanziamento monetario degli Stati membri. Negli ultimi anni alcuni di tali limiti sono stati in parte superati con la creazione del fondo salva stati, dal celebre “whatever it takes” di Mario Draghi concretizzatosi nel programma OMT, il varo (grazie all’ Italia) della flessibilità di bilancio e il quantitative easing della Bce.

Queste misure hanno salvato l’ euro dalla dissoluzione (che sarebbe stata pagata soprattutto dai paesi più fragili come l’ Italia) e hanno consentito il rilancio (ancora insufficiente) della crescita e dell’ occupazione evitando il rischio della deflazione, mostrando al tempo stesso il peso raggiunto dall’ euro sui mercati mondiali e il livello considerevole della “potenza di fuoco” della Bce. Questo potenziale deve ora dispiegarsi fino in fondo attraverso il completamento (e la democratizzazione) dell’ Unione economica e monetaria, la salvaguardia della sua unità e una compiuta correzione dell’ indirizzo della politica economica che consenta all’ Europa di affrontare le sfide insidiose del rinnovato (ma non inedito) unilateralismo economico statunitense e di rigenerare su basi comuni il proprio modello sociale e di sviluppo.

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