Andrea Orlando: “Così Renzi farà un frontale, il governo pagherà il prezzo”

Tommaso Ciriaco, la Repubblica, 14 febbraio 2017
 
 

Dopo cinque ore nel seminterrato di un afoso centro congressi, Andrea Orlando cammina a passo lento per il centro di Roma, direzione aria fresca. “Non ero d’accordo con Renzi e glielo ho detto, che c’è di strano? Se uno sbaglia, glielo dico. Se rischia il frontale, glielo dico. E infatti non ho partecipato al voto. Semplicemente, non penso che andare subito al congresso sia un bene per il Pd. E credo che le primarie finiranno per essere la sagra dell’antipolitica “. Tre metri davanti si muove la stazza imponente di Michele Emiliano. Un deputato sussurra al gran nemico del segretario: “Oh, Miché, rallenta che c’è Orlando…”. Il governatore pugliese si volta con noncuranza, poi alza di qualche ottava il tono della voce: “Ministro, complimenti, ottimo discorso, mi hai convinto!”. Il Guardasigilli capisce quanto scivoloso è quel fotogramma, infatti sorride: “Stasera ho vinto il premio della critica “. Poi riprende a passeggiare.

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Stefano Esposito: “Primarie per la premiership e subito al voto”

Il Tempo, 13 febbraio 2017

 
 

Senatore Stefano Esposito, che succederà?
«Vedremo le relazione che farà Renzi, se confermerà o meno l’idea di dimettersi che tutti danno per certa. Non ho elementi che sarà così, non faccio il veggente. Spero non scelga di farlo perché dobbiamo votare. Ci sono stati esponenti che hanno lanciato una raccolta firme per chiedere il congresso anticipato. Se accadrà questo, Bersani, D’Alema e gli altri avranno avuto la meglio, ma spero siano consapevoli di cosa significa con le nostre regole note – e cioè la presentazione di candidature politiche e piattaforme politiche e il pronunciamento prima degli iscritti – andare a un congresso anticipato».
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La storia dimenticata dell’unione monetaria,
di Roberto Gualtieri

Roberto Gualtieri, l’Unità, 11 febbraio 2017
 
 
L’euro non è solo una moneta comune ed una fondamentale ancora di stabilità per la nostra economia, ma costituisce il più rilevante progetto politico dall’ avvio del processo di integrazione europea. L’ esistenza e il successo dell’ euro è la condizione per l’ unità e la prosperità dell’ Europa, e al tempo stesso il completamento dell’ unione economica e monetaria rappresenta una sfida difficile ma decisiva e ineludibile. Per comprendere le ragioni di fondo di questo dato occorre rivolgersi alle vicende del secolo scorso. Lo straordinario sviluppo economico politico e sociale che caratterizzò il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale e che rese possibile l’ affermazione del welfare state e il consolidamento della democrazia, ha avuto luogo in un contesto irripetibile segnato – tra le altre cose – dalla “egemonia cooperativa” degli Stati Uniti e del dollaro alimentata dalla guerra fredda e incardinata sul sistema di cambi fissi definito a Bretton Woods.

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Francesco Verducci: “Il Pd lanci un patto per la partecipazione contro esclusione e diseguaglianze”

la Repubblica, 10 febbraio 2017
 
 

Francesco Verducci, la lettera per andare a votare «appena possibile» è la risposta al documento dei 41 senatori a sostegno di Gentiloni?

«No, in questo documento abbiamo messo quelli che sono per noi i punti dirimenti. In vista della direzione di lunedì avremo dei nodi da sciogliere e oggi, in 17 senatori dei “giovani turchi”, abbiamo voluto mettere nero su bianco i punti irrinunciabili».

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Fausto Raciti: “Niente fughe in avanti alle regionali”

Giacinto Pipitone, Giornale di Sicilia, 9 febbraio 2016
 
 
Si dice certo che la Finanziaria verrà approvata in tempi brevi e che lo scontro fra il suo partito e il presidente della Regione è stato superato. Ma rinvia il dibattito sulle candidature a Palazzo d’Orleans mentre «benedice» l’intesa che si sta trovando al Comune di Palermo per sostenere Leoluca Orlando. Fausto Raciti, segretario regionale del Pd, rilegge gli ultimi complicati giorni e indica la rotta per evitare nuove crisi nella maggioranza.

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Non rottamiamo il Pd,
di Matteo Orfini

Matteo Orfini, l’Unità, 7 febbraio 2017
 
 
Non sono tra quelli che rimpiangono i tempi dell’Ulivo e tantomeno dell’Unione, anzi. Molti dei problemi che oggi dobbiamo risolvere affondano le radici nell’inadeguatezza e nella subalternità del riformismo di quegli anni. Di questo abbiamo scritto tante volte, e non ci tornerò. Ma in quegli anni maturò anche qualcosa di buono: il Partito democratico. Forse qualcuno ha rimosso le ragioni per cui facemmo la scelta non semplice di lasciarci alle spalle le nostre case di allora, per costruirne una nuova: il paese aveva bisogno di una grande forza riformista in grado di guidare un processo di cambiamento. Una forza che non fosse l’ennesima invenzione figlia di nessuno, ma che affondasse le radici nelle culture politiche dei partiti che liberarono il paese dal fascismo e che scrissero la Costituzione. Una forza che fosse un partito, e lo rivendicasse orgogliosamente sin dal nome (cosa che si era smesso di fare, nel centrosinistra, da tempo: dai Ds alla Margherita). Una forza che chiudesse la stagione delle coalizioni consentendo al nuovo partito di sviluppare al meglio la sua vocazione maggioritaria.

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