La crisi del sistema politico e il pd.
di Francesco Verducci | l’Unità 20 maggio
Il lascito di Berlusconi è impresso nelle cifre su disoccupazione, diseguaglianze, deindustrializzazione, smantellamento del welfare, che si traducono nella durezza del vissuto quotidiano. Il fallimento della destra sta in questa voragine sociale, che rischia di inghiottire la nostra democrazia. Siamo un Paese a rischio, perché la speculazione attacca soprattutto dove la politica è miope e incapace. Imbelle alle pretese di mercati finanziari senza regole e controlli. A ben vedere, pur su piani diversi, nel voto di milioni di europei in Francia, Italia, Grecia, Germania emerge la richiesta di una politica incisiva, capace di dare indirizzo ed imprimere una svolta.
leggi tuttoNati per cambiare
di Matteo Orfini | Responsabile cultura e informazione PD
Il merito di Hollande è di aver rotto l’incantesimo, spiegando con coraggio all’Europa, che è ancora possibile raccontare una storia diversa col linguaggio della politica, Piazza della Bastiglia invasa dai parigini per una festa attesa da quando François Mitterand lasciò l’Eliseo; i simboli nazisti che rispuntano nella Grecia, culla della civiltà occidentale: sono le immagini contrapposte che in una domenica di maggio destinata forse a cambiarne la storia, l’Europa ha consegnato al mondo. Non solo due foto diversissime, ma due ipotesi di futuro: come per la Gwyneth Paltrow di Sliding doors, anche il nostro Paese ha di fronte due possibili destini, la festa socialista di Parigi e l’inquietante caos di Atene. Sotto i colpi della crisi, sta crollando quel che resta dell’ultima grande ideologia del Novecento, quell’idea che il compito della politica fosse abbandonare il campo, farsi da parte per lasciare la guida al mercato. In cambio, una promessa di pace e benessere per tutti. Una visione della quale abbiamo finito anche noi per convincerci, accettando l’idea che quella specifica direzione del cambiamento che stava costruendo un mondo più ingiusto fosse una variabile indipendente, e che la Sinistra non potesse che assumerla come tale. Oggi che l’incantesimo è rotto, misuriamo il prezzo che a quelle false promesse abbiamo pagato: un mondo segnato da disuguaglianze drammatiche, in cui la mobilità sociale si è inceppata e fasce sempre più grandi della popolazione conoscono la sola prospettiva di un progressivo impoverimento.
leggi tutto‘Noi del Pd, Monti e l’articolo 18′
Intervista a Matteo Orfini | l’Espresso 22 marzo 2012
«E’ stato il governo a far saltare il tavolo sull’articolo 18, assumendosi una responsabilità politica che rischia di far cambiare la natura stessa dell’esecutivo, dividendo le forze che si erano coalizzate per salvare il paese e farlo uscire dalla crisi». E’ duro Matteo Orfini, membro della segreteria Nazionale del Partito Democratico, sulla riforma del lavoro portata avanti dal Presidente Mario Monti e dal suo ministro Elsa Fornero: «La forza di questo governo era trovare un punto di equilibrio tra le forze che lo sostengono. Dopo che invece, è il governo stesso a produrre la rottura non è più un governo che unisce. E ovviamente, il si del Partito Democratico non è scontato»?
leggi tuttoOrlando: “Alleanza larga e patti chiari per tutti. Di Pietro si decida”
Cara Fiom…
di Matteo Orfini
Caro Landini,
l’organizzazione che dirigi sta facendo una battaglia importante non solo per i metalmeccanici italiani, ma per tutti i lavoratori. Di fronte alla torsione autoritaria della Fiat, che rischia di scatenare fenomeni emulativi nella parte meno moderna dell’imprenditoria, la Fiom ha dimostrato forza, coraggio e autonomia. La manifestazione del 9 marzo nasce in questo clima difficile.
leggi tuttoUn altro «progressismo» dev’essere possibile
di Roberto Gualtieri | Avvenire 7 marzo 2012
Sono convinto che la crisi che stiamo sperimentando impone l’affermazione di un nuovo «europeismo progressista» in grado di fondere le ragioni di una democrazia sociale basata sulla centralità della persona e i principi di eguaglianza, libertà positiva ed etica del lavoro con l’obiettivo dell’Europa politica. E che ciò comporta un rinnovamento non solo dei programmi ma delle culture politiche, che richiede un dialogo profondo con il pensiero cattolico.
leggi tuttoUna sinistra moderna fondata sulla persona e non solo sul mercato
Pubblichiamo stralci della relazione che ha aperto ieri il seminario sulla crisi e le risposte del riformismo, promosso da “Rifare l’Italia” di Fassina, Orfini, Orlando e Verducci.
di Massimo D’Antoni | l’Unità, 2 marzo 2012
Ormai è conclusione condivisa che usciremo da questa crisi solo rafforzando l’Europa politica. Ma parlare di integrazione non è sufficiente. Il tema può essere declinato in modi diversi. La vera questione è quale tipo di società ci restituirà questo passaggio. C’è una tesi ricorrente, popolare in ambienti conservatori, ma che sorprendentemente trova seguito non solo a destra, quella per cui alla radice della crisi europea ci sarebbe l’insostenibilità del modello sociale adottato nel dopoguerra, che viene considerato eccessivamente dispendioso, un lusso che la globalizzazione rende non più sostenibile. La storia è più o meno questa: il «modello sociale europeo» sarebbe stato creato in un periodo eccezionale di crescita e favorevole dinamica demografica. Ma il patto sociale che ne è alla base sarebbe fondato su promesse troppo ottimistiche. La difficoltà di mantenere tali promesse, con la fine del ciclo tra crisi petrolifera e abbandono del sistema di Bretton Woods, porta in sequenza all’inflazione degli anni 70, cui segue la spesa in deficit negli anni 80 e infine l’espansione della finanza negli anni 90; tutti tentativi di garantire la promessa di benessere crescente in condizioni meno favorevoli, il cui fallimento sarebbe alla base sia della crisi dei debiti sovrani che dell’ipertrofia e poi crisi della finanza. La questione delle compatibilità macroeconomiche del sistema di welfare è un problema reale e spesso trascurato. E tuttavia la tesi della non sostenibilità del sistema sociale europeo è sbagliata, e va contrastata sul piano politico e culturale. La tesi conservatrice va rovesciata: vi sono solidi argomenti per ritenere che la continua riduzione delle diseguaglianze e il sistema di «socializzazione dei rischi», tratti caratterizzanti del lungo ciclo dagli anni 30 agli anni 70, non sono stati un lusso che ci siamo permessi in un periodo di benessere, ma le condizioni che hanno consentito quel benessere e quella crescita. Si tratta di aspetti che la visione politico-economica prevalente nello scorso ventennio ha colpevolmente trascurato, enfatizzando, con argomenti spesso discutibili, la sola dimensione dei costi della redistribuzione e delle soluzioni pubbliche, argomentando che sicurezza ed egualitarismo determinano indolenza, mentre la spinta produttiva vuole al contrario più insicurezza e più diseguaglianza. Credo allora che una forza progressista debba caratterizzarsi per la riaffermazione del modello sociale europeo, che come ha ben spiegato Barbara Spinelli in un recente articolo, è qualcosa di inscindibile dal progetto di integrazione europeo. Intendiamoci: non dobbiamo certo chiudere gli occhi di fronte ai difetti del nostro sistema di welfare, un welfare incompleto, frammentato e poco inclusivo. Ma questo non può e non deve portarci ad abbandonare la prospettiva di fondo, quella di un’economia certo capitalistica, ma in cui istruzione, salute, protezione dai rischi siano parte del diritto di cittadinanza. In cui, pur con la doverosa attenzione alla sostenibilità macroeconomica, l’accesso a certi beni «primari» sia garantito su una base di eguaglianza anche a chi non ha la capacità di pagare. In cui il mercato del lavoro sia inteso come istituzione sociale oltre che economica, visto che il lavoro non è una «merce» come le altre, nel lavoro si definisce l’identità della persona ed è in gioco la sua dignità. Sul piano culturale si dovrebbe innanzitutto sostituire ad un’idea mono-dimensionale dello sviluppo, dell’agire economico, del modello capitalistico, la capacità di riconoscere la pluralità delle forme di organizzazione e delle soluzioni possibili. Si tratta di coltivare una visione multidimensionale dell’agire economico, non confinato alla ricerca egoistica del tornaconto individuale e al calcolo economico, alla competizione e al gioco incentivi-punizioni, ma in cui ad esempio reciprocità e gratuità rivestono un ruolo non marginale. Si tratta di riconoscere l’importanza dei beni «a consumo collettivo» che il mercato non è in grado di fornire in modo adeguato, per i quali servono forme di azione collettiva e sostegno pubblico. Pensiamo all’ambiente ma anche a beni immateriali quali la conoscenza o il «capitale sociale», la cui rilevanza per spiegare anche la performance economica è stata da tempo riconosciuta dagli economisti. Si tratta infine di adottare un’idea di sviluppo non puramente quantitativa e materiale; rivendicare il valore, anche economico, di ciò che non è riconducibile a prezzo. Penso alle interessanti ricerche che mettono in luce il rapporto elusivo tra crescita del reddito e felicità; e agli sforzi in atto (presi sul serio anche dall’Ocse) per definire misure di ricchezza alternative al Pil. È significativo che, da questo punto di vista, molte delle voci più critiche verso il modello di sviluppo corrente siano venute da parte cattolica (a volte persino con una vena anti-capitalistica), laddove parte della sinistra di derivazione socialista ha vissuto una fase di spaesamento e subalternità culturale. I contributi appena citati convergono nella conclusione, non certo nuova, che per garantire sviluppo, benessere, libertà e giustizia non è sufficiente affidarsi alle virtù salvifiche del mercato. Questo implica una rivalutazione del ruolo dell’azione pubblica. Mi trovo sempre un po’ a disagio di fronte alla contrapposizione tra Stato e mercato, pubblico e privato. Sarà che mi riesce impossibile concepire le istituzioni economiche come qualcosa di separato dall’insieme della altre istituzioni (regole, processi di decisione politica, norme sociali). Il mercato non vive nel vuoto istituzionale. Il problema è semmai che tipo di Stato, e soprattutto che tipo di mercato, o più precisamente che tipo di capitalismo. Nella fase che abbiamo alle spalle, per effetto di un’idea di mercato astratta e decontestualizzata, e dell’incapacità di riconoscere il ruolo dalle istituzioni sociali e politiche «di contorno», ha prevalso l’idea del capitalismo al singolare. La convinzione cioè che le varietà di capitalismo fossero forme «impure» destinate a convergere verso la versione «pura» incarnata dal capitalismo americano. La crisi ha messo in luce che il successo del modello americano non dipendeva dalla sua superiorità intrinseca, ma era il frutto di una crescita drogata dalla bolla finanziaria, e ha riportato all’attenzione la vitalità di altri modelli di capitalismo: mi riferisco alle forme di capitalismo «coordinato» delle economie del centro e nord Europa, che coniugano ampie tutele, elevata produttività del lavoro, bassi livelli di diseguaglianza. La specializzazione produttive, l’insieme di regole che definiscono i mercati, le istituzioni economiche (imprese, sindacati), educative e anche politiche (i sistemi di rappresentanza) possono combinarsi in diverso modo e dare risposte diverse al problema di garantire lo sviluppo e renderlo sostenibile sul piano sociale e democratico. Peraltro, sulla scena si affacciano i vari «capitalismi di Stato» della Cina, della Russia, del Brasile, cui è stato dedicato un recente numero dell’Economist. Esse offrono soluzioni in alcuni casi discutibili sotto il profilo della compatibilità con la democrazia (e quindi per noi improponibili), ma stanno a dimostrare che vi è una pluralità di modi di stare nell’economia globalizzata. La direzione dello sviluppo economico non è predeterminata e l’affermarsi del modello capitalistico non esclude una certa biodiversità. Nell’ambito di una visione segnata da una fede acritica nella bontà delle conseguenze di progresso tecnologico e globalizzazione e nell’ineluttabilità dei suoi esiti, non c’è spazio per la politica intesa come progettualità, capacità di influenzare la traiettoria dello sviluppo in risposta a un qualche criterio di valore esterno. La politica si riduce alla manutenzione del mercato e, tutt’al più, ha il compito di alleviare i costi sociali più evidenti. In questa visione, il gioco democratico tende a ridursi ad un problema di selezione di élite, diverse al più per livello di competenza tecnica e le qualità personali; le policies nascono al di fuori di una dialettica politica tra soggetti radicati: nei think tank, nei giornali d’opinione. Della partecipazione politica si finisce per enfatizzare la meccanica concorrenziale, con un’attenzione estrema al momento del voto e quindi alle questioni di ingegneria elettorale. Una volta accettato che non vi è una direzione univoca del progresso, che non vi è un unico possibile esito, un unico possibile modello, la politica riacquista un ruolo autonomo. In questo spazio di libertà e di scelta essa ha una responsabilità (da pura tecnica acquista una dimensione morale). È questo il primato della politica? Il termine rischia di essere equivoco. Primato non può significare certo pervasività della politica o rinuncia a considerare il peso di vincoli e compatibilità (economiche o di altro tipo). È per questo che ritengo più appropriato parlare di «autonomia» e di «responsabilità» della politica. Da questo punto di vista, è più che mai opportuno un superamento dello schema duale Stato-mercato a favore di uno schema a tre vertici, interconnessi eppure non riducibili l’uno all’altro: Stato, mercato e società civile. Così come il mercato non può sostituirsi e subordinare la politica e ridurre ogni relazione sociale a scambio (come vorrebbe il programma liberista), così l’esercizio del potere dello Stato, anche quando condotto attraverso strumenti democratici, non può assorbire l’intera dimensione sociale. L’autonomia della società dal politico, la non riducibilità della società alla politica, è una sfida importante per il pensiero della sinistra di tradizione socialista. Comporta la consapevolezza del limite della politica, che qualifica, senza contrastare, la recuperata autonomia e la responsabilità della politica di cui dicevo. È questo un approccio caro al pensiero cattolico, così come lo sono molti dei temi che ho sopra toccato e lo è il principio, centrale nella dottrina sociale della Chiesa, della centralità della persona. Persona: vista nella sua individualità e irripetibilità, non riducibile a parte del tutto sociale, né a pura dimensione materiale ma insieme colta nella sua dimensione relazionale e sociale. È difficile trovare qualcosa di più lontano dall’affermazione thatcheriana per cui «la società non esiste, esiste solo l’individuo». Parlare di persona implica un richiamo alla responsabilità di ciascuno verso gli altri, diversa sia dall’idea individualista per cui ciascuno risponde per sé, e insieme antidoto al rischio di deresponsabilizzazione di chi attende dall’alto una soluzione. Il tema della persona può veramente definire il terreno per una reciproca fertilizzazione tra le culture fondanti del Partito democratico .
Foto: partitodemocratico.it
leggi tuttoServe un “nuovo umanesimo laburista”, che metta al centro il lavoro e la “persona”
Intervista a Stefano Fassina | a cura di Manuele Bonaccorsi e Giommaria Monti – Left Avvenimenti n.8 del 24 febbraio 2012
Un tempo a litigare erano D’Alema e Veltroni. Ora l’ex sindaco di Roma, sempre lui, fa a sciabolate con Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Partito democratico. E le cose, rispetto ai tempi ancestrali degli scontri tra gli storici antagonisti della sinistra italiana, sono più chiare. C’è una sinistra e una destra anche nel Pd. Chi sostiene il governo Monti a tal punto da volerne fare un modello per la Terza Repubblica che sostituirà la seconda di Berlusconi. E chi non nasconde le divergenze col presidente del Consiglio. Chi vuole rifondare i progressisti sul lavoro, anzi su un nuovo «umanesimo laburista», che mette insieme la tradizione socialista e le encicliche papali. E chi li vuole rifondare sull’abolizione dell’articolo 18. Se la seconda tesi si può agilmente leggere sulle colonne di Repubblica e del Corriere, la prima posizione, quella di sinistra, il quarantenne Stefano Fassina l’ha affidata a un libro (Il lavoro prima di tutto, Donzelli editore) che uscirà nelle librerie il 29 febbraio. Ma che da giorni sta facendo discutere tutto il partito, messo già in fibrillazione per la trattativa sul mercato del lavoro. Dal tavolo di palazzo Chigi, infatti, escono segnali poco rassicuranti. E quello del lavoro, per il Pd, resta un tema “sensibile”.
leggi tuttoMa quanta indignazione per questa parolaccia che è il socialismo
di Andrea Orlando | Il riformista, 25 febbraio 2012
La parola dello scandalo è socialismo. È bastato menzionarla in un retroscena, per altro immediatamente smentito, per dare il là a una discussione non fatta certo di mezzi toni. Anche quando i chiarimenti hanno precisato che nessuno ha la velleitaria intenzione di rifondare la socialdemocrazia o di fare del Pd la sezione italiana del Pse, in molti hanno fatto finta di non capire. C’è stato chi ha evocato scissioni, chi ha richiamato la prospettiva di un suicidio politico per il Pd e chi ha, tanto per cambiare, scodellato la dialettica tra vecchio e nuovo. Per puntellare queste rimostranze, si è sfoderato un armamentario di macchiette, luoghi comuni e pregiudizi. Toglierli di mezzo è il presupposto per affrontare la radice del fastidio, del quale non credo sia inutile occuparsi. Per il futuro del Pd.
leggi tuttoOrfini, “Riforma del lavoro scelta politica, non di coscienza”
Intervista a Matteo Orfini | di Daniela Preziosi - Il Manifesto 24 febbraio 2012
Matteo Orfini, Bersani ha detto che se la piattaforma del corteo Fiom è «compatibile» con voi, il Pd ci può andare. È un via libera a lei e Fassina e agli altri che saranno in piazza? Ne discuteremo in segreteria, ma la regola che abbiamo applicato fin qui è la migliore. Non aderiamo alle manifestazioni non nostre, ma siamo sempre in rapporto con quello che si muove nella società, anche se non tutto è condivisibile. Vorrei ricordare che mentre il governo discuteva la manovra, e noi la sostenevamo, una quantità di dirigenti Pd erano in piazza con Cigl Cisl e Uil. E se è migliorata la manovra è grazie al Pd e alle forze sociali.
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